3.12.12

Una storia accaduta sessantanove anni fa. Siamo agli sgoccioli della guerra, nel 1943

L’otto dicembre e la retata dei tedeschi del 28 ottobre ’43 nel ricordo di don Ottavio Scaccia “Sora scurdarella” 


Mons. Bruno Antonellis:”Cerchiamo di riprendere e mantenere quella solenne promessa”

di Gianni Fabrizio

Mons. Bruno Antonellis, preposto della parrocchia di S. Restituta, ha voluto attingere dalla sua memoria un singolare spaccato di storia sorana. Oggi sono in pochi a conoscere quei momenti  tragici e terribili che Sora fu costretta a vivere, sotto l’occupazione nazista, durante l’ultima guerra, ma  è bene che ora diventi patrimonio di tutti. 

A mons. Bruno Antonellis lo ha riferito l’indimenticato don Ottavio Scaccia che ne pubblicò sul mensile “Vita Sorana” nel 1994, i contorni drammatici, da lui vissuti come  testimone diretto. È una storia accaduta  sessantanove anni fa. Siamo agli sgoccioli della guerra, nel 1943. “Quell’otto  dicembre, era di mercoledì. Sora  ricorda la solennità dell’Immacolata Concezione. Nella chiesa di S. Restituta si è riversata una moltitudine imponente di fedeli, in risposta all’appuntamento che il vescovo dell’epoca, mons. Michele Fontevecchia, con il podestà, ing. Camillo Marsella, hanno dato ai cittadini. Nella chiesa, riferisce don Bruno ricordando il racconto di don Ottavio Scaccia, si respira un’aria pesante fatta di paura incontrollabile, mista a speranza accorata, tenuta viva da una fede che invita i cuori di tutti a chiedere aiuto che solo dall’Alto può venire a conforto e sollievo di chi si sente avvinto dalle spire della disperazione. Gli avvenimenti sono precipitati, la guerra sta divorando paesi e città con i loro abitanti. Non servono i malsicuri rifugi ricavati in cantine e sotterranei che il più delle volte si trasformano in una tomba dalle macerie degli edifici crollati sotto i bombardamenti. I sorani , come tutti gli italiani, dopo l’armistizio dell’otto settembre, avevano dapprima sperato in una rapida fine dei combattimenti e poi avevano confidato in una travolgente avanzata delle truppe alleate che li avrebbe liberati da tutte le paure. I tedeschi, che avevano approntato difese insormontabili, avevano trasformato Sora in un grande ospedale da campo, con enormi croci rosse dipinte sui tetti della Casa della GIL, in Via  Sferracavallo,  di Villa Angelina, del Seminario e della vecchia sede in Via Napoli dell’Istituto Tecnico “C. Baronio”. Per la Città era un continuo passaggio di autocarri, ma non solo quelli con i tendoni della croce rossa; colonne interminabili trasportavano truppe e materiale di rifornimenti di ogni tipo. I sorani vivevano con un misto di paura, di speranza e di curiosità. Le notizie di Radio Londra rimbalzavano di bocca in bocca e tutti si interrogavano su come sarebbe andata a finire. La curiosità ebbe termine nella mattinata di giovedì 28 ottobre, che seminò il terrore nella Città e gettò nella costernazione decine di famiglie. Mentre gruppi di persone stazionavano, qua e là, in Piazza S. Restituta e nelle strade adiacenti, scambiandosi saluti e notizie, alcuni camion tedeschi da Piazza Indipendenza imboccarono il Corso Volsci e si avviarono lentamente verso il centro. Giunti all’altezza di Piazza S. Restituta, gruppi di militari motociclisti bloccarono il Corso e le vie laterali  e con urla e spintoni, con le armi in pugno, costrinsero gli uomini validi a salire sui camion: una vera retata. Don Ottavio Scaccia fu un testimone diretto di quell’evento e vide Gino Gulia preso di forza e scaraventato sul camion con altri uomini”. 

Mons. Bruno Antonellis aggiunge ancora: ”Tra gli altri, si seppe che erano stati presi anche  Nicola Tersigni, Ettore Rosati e Vincenzo Lauri. Grida, urla, imprecazioni, tumulti, qualcuno si attaccava ai camion per tirare giù i propri cari; ed ecco le odiose minacce dei famigerati e violenti soldati tedeschi. Infine una fuga precipitosa, mentre Sora diventava un deserto. Mons. Michele Fontevecchia colse l’invocazione muta e lacerante, che saliva dall’anima della Città, di affidare ai Santi Protettori la salvezza di tutti. Camillo Marsella aderì subito all’iniziativa del vescovo. Ed ecco la chiesa di S. Restituta accogliere una folla in preghiera, prostrata nell’angoscia, ma fiduciosa nella protezione divina. All’omelia le parole del vescovo scossero i cuori di tutti che trepidanti e commossi, ripetettero la formula della solenne promessa, pronunciata dal presule ”di ricordare, per dieci anni consecutivi, con una giornata di preghiera e di digiuno, il giorno dell’anniversario della liberazione di Sora, se questa fosse uscita salva dal passaggio della guerra e della barbarie nazista”. Dopo cinque mesi e mezzo arrivò il giorno lungamente atteso, proprio nell’occasione della festa di S. Restituta. L’anno dopo, nel maggio del 1945, i sacerdoti di Sora ricordarono ai fedeli la solenne promessa ed invitarono i cittadini all’adempimento dell’impegno preso. Ma non ci furono iniziative comuni e l’osservanza della promessa fu lasciata alla coscienza dei singoli. Dal 1946 solo qualche voce isolata la ricordò, ma la quasi totalità dei cittadini aveva dimenticato tutto”. 

Mons. Bruno Antonellis riporta ancora le parole di don Ottavio Scaccia che scrisse: ”Don Ciccio Biancale, il poeta cantore appassionato dell’anima sorana, ha saputo cogliere questo aspetto e, per un’altra vicenda, ha osservato con tristezza:”Tutt’era scurte: e Sora scurdarella / repegliaua la uita ‘e mill’anne; / le uggilie, le feste…ogne malanne/ èua passate ‘nche ‘na resatella…”.  

Maggio 2013: saranno trascorsi 70 anni dalla fine di quell’incubo, con l’arrivo dei neozelandesi a liberare Sora. Si può fare qualcosa, e in tempo, per mantenere fede a quella promessa? Magari nei termini e nei modi in linea con i tempi attuali. Si potrebbe pensare ad invitare  a Sora anche l’ambasciatore della Nuova Zelanda: un gesto per rivolgergli un doveroso “grazie”. 

Don Ottavio Scaccia scrisse pure: ”Meminise iuvabit…il ricordo farà del bene…. Lo ammoniva Virgilio venti secoli or sono. Perché non dovrebbe essere così anche per Sora?”. Il consiglio di mons. Bruno Antonellis andrebbe seguito. Diamogli retta.

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